Saggio
...tra musica colta e musica jazz...
Analisi e rielaborazione, confronto,
differenze ed analogie, tipo di approccio, metodologie didattiche ed
interpretazione.
Enzo OREFICE
primavera 2001
Da diversi anni ormai la “Musica Jazz”, da molti snobbata e da altri considerata la musica del XX° secolo, sta entrando di forza nel rigoroso e spesso chiuso, ahimè, ambiente della musica colta. Questo probabilmente è dovuto sia ad un forte interesse dei giovani musicisti verso questo genere musicale, sicuramente più accattivante delle rigorose formule accademiche della tradizione colta, sia ad un crescente riconoscimento da parte dei “custodi” dell’enorme patrimonio musicale colto. Ormai la musica jazz è entrata quasi in tutti i conservatori, scuole musicali, rassegne musicali di ogni tipo ecc. e se ciò è avvenuto e sta avvenendo non è certo un caso.
Essendo un cultore di questo genere musicale, dopo aver conseguito il diploma e dopo aver compiuto numerosi studi e attività concertistica in merito sento la necessità di parlare dei due generi musicali (o come li si vuol chiamare) e di trovare e quindi di elencare analogie, differenze e quant’altro possa essere attinente all’argomentazione di questo breve saggio, che non vuol essere né una provocazione né un’illuminazione per nessuno.
· Il mio intento vuol essere quello di dare uno spunto di discussione, di analisi e perché no... un po’ di pubblicità al mio genere musicale preferito. Cercherò, per quanto mi sarà possibile, di andare sempre di pari passo confrontando continuamente quello che succede nell’ambito colto ed in quello jazzistico. Analizzerò partiture classiche, evidenziando stilemi jazzistici, ritmici ed armonici, e viceversa.
· Mi soffermerò in particolare sul pianismo jazz, tanto simile e tanto diverso dal pianismo classico, buona lettura.
Analisi e rielaborazione
Il primo punto di questa tesi è il confronto, che ci consente subito di porre in relazione i due generi musicali. Quindi si analizzeranno composizioni di vario genere e di vari autori quali per esempio: Bach, Chopin, Gershwin ecc. Questo lavoro avrà essenzialmente lo scopo di ricercare ed evidenziare frammenti (successivamente adoperati in modo forte nel jazz) e stilemi già evidentissimi nella musica colta che in seguito hanno fatto la “fortuna” della musica jazz, viceversa si vedrà come standards della tradizione jazzistica sono facilmente arrangiabili (quindi musica scritta) per formazioni cameristiche, per pianoforte a quattro mani (come l’esempio che vedremo) e per altri organici vari ed atipici ma il cui filo conduttore sia quello della musica scritta.
Molto spesso si parla di “armonia jazz”, ma esiste un’armonia jazz? Formule accordali ed armoniche di 6a, di 9a, di 7a, di 11a (usate senza alcun risparmio nella musica afro-americana) non erano già presenti nella musica di Bach? Anzi non erano forse già presenti nella musica di Monteverdi?
Prendiamo subito come esempio la celeberrima
“ARIA SULLA QUARTA CORDA” di J.S. BACH:
-foglio n° 1: sul primo foglio ho riportato le prime sei misure della melodia con al basso le note fondamentali dell’armonia

-foglio n° 2: sul secondo foglio ho riportato le prime sei misure della melodia con le armonie originali di J.S. Bach

-foglio n° 3: sul terzo foglio ho riportato le prime sei misure della melodia ma col basso leggermente modificato.

Voglio subito specificare che non si tratta assolutamente di una
riarmonizzazione bensì di piccole addizioni armoniche che ci danno la sensazione
di un’armonia più accattivante. La cosa importante da notare sono le
preesistenti formule armoniche di 6a, di 9a, di 7a
maggiore (mi sto limitando ad esaminare i soli tempi forti), chiaramente
presenti già in queste prime sei battute di questa composizione che non è certo
una delle massime glorie del compositore tedesco.
Naturalmente ci sono ancora altre fasi evolutive che si potrebbero applicare al suddetto brano, ma potrebbero facilmente sembrare delle forzature e quindi le affronterò con degli esempi estemporanei qualora mi venisse richiesto di farlo.
Prima di passare all’analisi di altri autori mi soffermerò ancora un momento su J.S. Bach analizzando questa volta la prima parte dell'”Allemanda” della SUITE N° 2 in sol minore.
In questo caso però il lavoro sarà diverso e sicuramente molto più articolato del primo ed i passaggi saranno senza dubbio più numerosi e più articolati in quanto occorrerà eseguire[1]:
[1] Notare la versione originale, preferibilmente suonarla (si tratta della prima di due pagine) e poi l’arrangiamento nella pagina successiva.

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1) la rielaborazione ritmica dell’intero brano (3/4 è sicuramente un tempo che fa al caso nostro)
2) la rielaborazione ritmica della melodia (vista la grande quantità di semicrome e l’impossibilità di renderle tutte esattamente come da partitura originale) e cioè il movimento della melodia sarà quasi sempre sincopato col la ritmica del basso. Sarà un 2 su 3 ed un 3 su 4 continuo, ed otterremo così anche una delle pulsazioni ritmiche del jazz in assoluto più efficaci:
3/4 = q. q.
3) la riarmonizzazione parziale del brano, in realtà interverrò in particolare sulle cadenze. Bach ha usato cadenza tipiche come IV-V-I ecc. (cadenza di ampio impiego nella musica colta), io in casi del genere interverrò sostituendo suddetta cadenza con la formula cadenzale II-V-I (la cadenza più usata nella musica jazz). Sarà stupefacente, ascoltando con attenzione l’esecuzione delle due versioni, notare come la melodia scritta da Bach funzioni perfettamente in entrambe le soluzioni.
-foglio n° 1: prima pagina della partitura originale senza alcuna modifica.
-foglio n° 2: melodia invariata ma con sintesi armonica scritta (accordi siglati).
-foglio n° 3: nuova partitura (3/4), rielaborazione della melodia e riarmonizzazione parziale della composizione.
Il lavoro che ne è venuto fuori è uno standard vero è proprio con tutti i canoni dello standard jazz: melodia scritta, e sigle.
Altro brano piacevolmente “standardizzato” (mi passerete il termine) è “lo Studio op. 10 N°3” di Chopin. In questo caso il lavoro è stato decisamente semplice per i seguenti motivi:
-la melodia, bellissima, non ha avuto bisogno di alcuna elaborazione
-l’armonia, perfetta, altrettanto
-la struttura, incredibilmente moderna, sembra quasi la struttura di una canzone e pertanto il lavoro era in gran parte già fatto.
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Ciò che ne è venuto fuori è una bellissima ballad in forma AABA che differisce dalla forma canzone soltanto per la durata delle varie A e B. Infatti abbiamo le A di 12 misure e la B di 18, ciò tuttavia non toglie musicalità alla nostra nuova versione dello studio di Chopin.
In questo capitolo fino a questo punto abbiamo parlato e realizzato sempre esempi riguardanti rielaborazioni di brani classici in stile jazzistico, adesso illustrerò una elaborazione in chiave “colta” di un noto standard jazz: “Summertime” di G. Gershwin. Elaborare uno standard jazz in chiave colta in realtà vuol dire creare un brano di musica scritta dove lo scopo di chi lo esegue non sarà quello di creare improvvisazioni e via dicendo bensì quello di eseguire correttamente bene il brano, dargli espressività, curare i segni d’espressione e via dicendo. La rielaborazione di questo brano è stata realizzata a quattro mani e sia il tema che la armonia di “Summertime” sono rimaste assolutamente invariate. [2]
[2] La partitura di Summertime la trovate per intero alla fine del saggio
Confronto
Innanzi tutto quando si decide di fare un confronto l’intenzione di base non dovrebbe essere quella di paragonare i due brani e di stabilire quale dei due sia più bello, fatto meglio, e quale dei due vinca una sorta di competizione sull’altro come se fosse una partita di calcio. Ciò purtroppo avviene spesso già nel solo campo della musica colta tra pianisti e strumentisti in genere circa la propria esecuzione del valzer di Chopin o della sonata di Mozart, figuriamoci cosa possa succedere in un forum di discussione circa un confronto tra due opere di genere diverso. Quello che bisogna fare è ascoltare e mettere su un tavolo le caratteristiche dell’uno e dell’altro brano, prendere ciò che di buono e di meno buono c’è in un brano e fare altrettanto con l’altro. Fatto questo non ci resta che apprendere e trasmettere (probabilmente ai nostri allievi) regole, consigli e quant’altro possa essere interessante dal punto di vista strettamente musicale e didattico, e non mettere i paraocchi ai nostri allievi (cosa che purtroppo spesso accade in ambienti accademici) inculcandogli quale sia il bello oggettivo assoluto!!! Si può parlare di bello oggettivo assoluto nell’arte in generale? Credo proprio di no, figuriamoci più in un campo come quello musicale! Il problema di fondo molte volte è sempre il modo di porsi verso ciò che si sta facendo, confrontare un brano di musica jazz con uno di musica colta non è certo cosa facile ma se poi viene fatto nel modo sbagliato può essere anche esperienza dannosa a livello di idea e di concetto che si ha dell’uno e dell’altro brano.
-A cosa è utile il confronto?
-E’ necessario fare il confronto?
Il confronto tra brani appartenenti ai due generi è un tipo di pratica che diventa utilissima se ha lo scopo di avvicinare i due diversi stili musicali, trovare punti di contatto, analogie. Dobbiamo utilizzare il confronto proprio per metabolizzare quanto siano vicini il jazz e la musica colta, il jazz e la didattica e non d’altro canto limitarci a paragonare l’uno all’altro genere e starcene lì a sindacare cosa è buono e cosa non lo è!
Differenze ed analogie
Abbiamo visto attraverso l’analisi e la rielaborazione di questi due brani di Bach quante analogie si trovino con la musica jazz. E’ bastato semplicemente apportare qualche piccola variante armonica e qualche modifica ritmica. E’ proprio il ritmo, a mio modo di vedere è un po' la differenza principale che c’è un po’ tra tutta la musica colta ed il jazz. In effetti il XXI° secolo dal punto di vista musicale è un po’ il secolo del ritmo, uno dei tanti motivi, forse banale, è anche l’introduzione di strumenti come la batteria (inesistente sino alla fine del 1800) che vede il suo massimo splendore proprio nell’ultimo ventennio ed ancora oggi gode dell’attenzione del pubblico amante della buona musica. Oggi il ritmo è probabilmente la componente musicale principale (anche perché è ancora in forte fase evolutiva). Il jazz è stato senza dubbio il primo genere musicale che ha adoperato in modo forte questa componente ma con ciò non voglio dire che in un brano di musica colta sia più raro trovare brani con forti e chiari riferimenti ritmici però se ci pensiamo un attimo in un qualunque brano di musica colta (come potrebbe essere una sonata di Mozart, un quartetto di Haydn, un preludio di Chopin o altro) la componente ritmica c’è ma è senza dubbio meno avvertibile e chiara rispetto ad un brano per orchestra jazz. In due parole un ascoltatore medio, non musicista, ha senza dubbio maggiori difficoltà ad individuare il “bit” ritmico in un brano appartenente alla tradizione colta rispetto ad un brano di musica jazz.
A tal proposito ho scelto il primo tempo della “Sinfonia N° 94 (Oxford)” di Joseph Haydn ed un brano di Rogen Ball ”Pick Up The Pieces” suonato dall’orchestra jazz di Phil Collins (batterista attualissimo). A parte la bellezza delle due opere (entrambe di livello assoluto) notiamo, avendo ovviamente l’oppurtunità di ascoltare le registrazioni, come per la sinfonia di Haydn la componente ritmica sia meno chiara ed evidente rispetto al brano dell’orchestra di Collins. La facilità di seguire il “bit” ritmico nel brano jazz rispetto alla sinfonia di Haydn è data innanzi tutto dalla batteria e poi anche dalle varie sezioni (sax, trombe, brass) che eseguono obbligati sia melodici che ritmici che aiutano l’ascoltatore a percepire chiaramente l’andamento ritmico del brano.
Un’altra differenza sostanziale tra musica colta e musica jazz è l’aspetto improvvisativo, infatti se quest’aspetto non è quasi mai esistito (tranne cenni storici su musicisti come Mozart ed altri che improvvisavano sulle loro composizioni) nella musica colta il jazz ne ha fatto la sua ragione principale. La musica colta è musica scritta, infatti tranne i cenni storici oggi come oggi non esiste a livello accademico e nemmeno concertistico una pratica di improvvisazione su sonate, quartetti, sinfonia ed altro. La musica colta è musica scritta in cui ciò che conta maggiormente è l’esecuzione, diversa da soggetto a soggetto, l’interpretazione ecc.
Nel jazz ciò che è scritto è ben poco, o sarebbe meglio dire che in alcune situazioni (trio, quartetto) c’è poco di scritto mentre in altre (orchestra) c’è molta più musica scritta. Il tutto comunque viene adoperato magnificamente a supporto di improvvisazioni dei solisti, è quasi impossibile ascoltare un brano di musica jazz senza almeno un’improvvisazione. Per quanto concerne appunto l’improvvisazione, essendo questo una saggio di storia non scendo nei particolari sia per non dilungarmi troppo sia per non uscire fuori tema!
Per quanto riguarda le analogie invece possiamo, avendolo dimostrato ampiamente nel capitolo precedente, affermare che ciò che varia decisamente poco dalla musica colta alla musica jazz è sicuramente la componente armonica. Diciamo che è senza dubbio diverso l’uso che se ne fa e la libertà di azione: nei movimenti delle parti, nelle successioni armoniche, nelle formule cadenzali, nelle modulazioni e via dicendo. Il jazz in questo senso consente molta più libertà però alla fin dei conti una settima di prima specie dell’armonia resta una settima di prima specie anche nel jazz, hanno solo un nome diverso ma il contenuto resta lo stesso.
Quando ci sediamo al pianoforte per suonare una sonata di Mozart la nostra mente è concentrata in una certa direzione, ma se ci sediamo al pianoforte per suonare uno standard jazz sicuramente la nostra mente avrà un approccio diverso verso lo strumento.
Mi spiego meglio: “chi di noi non si pone in modo diverso a seconda se va a cena con i genitori della propria fidanzata o se va a cena con vecchi amici?” Il paragone può sembrarvi un po' fuori luogo però credo che renda chiaramente l’idea. Già per esempio nel modo di vestirsi, il concerto di musica classica prevede una certa cornice anche per quanto riguarda l’abbigliamento (lo smoking è sicuramente l’abito più indicato). Anche se pensiamo agli esami dati durante le varie tappe del diploma di strumento: “chi di voi si è mai presentato in jeans e maglietta dei Simpson?”...
Beh tutto ciò nel jazz è possibile, anzi diciamo che fa parte della norma ed è quindi consuetudine. Questo mio esempio va inteso come una metafora riferita ad un concetto più sostanziale, è importante infatti precisare che mentre per la musica colta è prevista una certa etichetta nel jazz ciò non esiste, quindi per quanto riguarda l’abbigliamento possiamo dire che ognuno può vestirsi a modo suo. Questo è l’aspetto di costume sicuramente meno formale del jazz che poi va di pari passo al discorso prettamente musicale: “libertà nel vestirsi...libertà nel suonare”! Libertà nel suonare naturalmente fino ad un certo punto, diciamo che quasi il 90% di un concerto jazz è basato sull’improvvisazione che si svolge su strutture date ed alle quali tutti i musicisti fanno fedele riferimento durante l’esecuzione. Nella musica colta parti improvvisate non esistono, il concerto di musica classica è basato sulla perfetta esecuzione tecnica del brano e maggiormente sulla interpretazione del brano stesso da parte dell’esecutore. Prendendo in prestito alcune definizioni di pedagogia possiamo definire le due categorie:
-il jazzista: un creativo
La creatività tranne in casi conclamati come Mozart o Haydn, in cui è venuta fuori già in età infantile, solitamente viene fuori sopratutto con la maturità e con la presa di coscienza delle proprie capacità ed attitudini alla materia musicale.
-musicista colto: un tecnico interpretativo[3]
La predisposizione musicale all’interpretazione trova, a differenza della creatività, modo di esprimersi chiaramente nella fanciullezza. E’ significativo che di tutte le arti la musica sia l’unica il cui talento si mostra già nella fanciullezza, sebbene la sua precoce insorgenza si riferisca quasi esclusivamente alle capacità tecnico strumentali.
[3] Naturalmente questa definizione è molto generica ma credo che tutto sommato sia abbastanza veritiera.
Questo è senza dubbio l’aspetto che maggiormente differenzia i due stili musicali, ed ancora una volta gioca un ruolo fondamentale l’approccio verso ciò che si sta suonando. Rifacendomi a quanto già detto nel capitolo precedente il jazzista (in generale) è sicuramente più creativo del musicista colto che a sua volta sviluppa maggiormente l’aspetto tecnico interpretativo. Questa è una scelta che si fa al di là dell’aspetto musicale vero e proprio nel senso che chi decide di suonare jazz sa bene che nei suoi concerti dovrà principalmente improvvisare e quindi creare musica in modo estemporaneo, muovendosi tra giri di accordi e seguendo un bit ritmico continuo. D’altro canto il pianista di musica colta sa bene che ciò a cui dovrà puntare in un suo concerto è la personalizzazione del brano che andrà a suonare. Mi spiego meglio, se dieci pianisti suoneranno il primo tempo della “Sonata in DO di W.A. Mozart” o il “Puor Le Piano di C. Debussy” le note, le armonie saranno assolutamente sempre le stesse, meravigliose e perfette ma sempre le stesse. Al contrario se dieci pianisti di jazz suoneranno il tema dello stesso standard per es.: “Someday my prince will come” di F. Churchill, anche l’esecuzione dello stesso tema sarà diversa. Diciamo che il jazz è in un certo senso l’esasperazione, in senso positivo, di un aspetto quasi inesistente nella musica colta, almeno nella pratica strumentale attuale.
Quì nasce la differenza di interpretazione, l’interprete di un brano di jazz dovrà concentrarsi sul creare; tensioni ritmiche, melodie nuove, armonie particolari ed elaborate, oltre naturalmente creare dinamiche, piano e forte e via dicendo. Il pianista colto da parte sua non potrà creare, anzi non dovrà assolutamente creare nulla di nuovo a livello di note, armonia, ritmo ecc. Egli dovrà concentrare tutte le sue qualità e le sue conoscenze per tirar fuori un tipo di interpretazione dove ciò che conta sono: le dinamiche, l’agogica, la pulizia delle note, la ritmica a volte serrata ed a volte aperta...aerea. C’è poi un’ultimo aspetto non meno importante da considerare, vi sono composizioni come la meravigliosa “Rapsodia in blu” di G. Gershwin che è senza dubbio un brano di musica scritta, quindi colta, però ha delle parti che possono essere suonate in stile prettamente jazzistico e cioè con swing. Eseguirò seduta stante al pianoforte le parti di cui sopra cercando chiaramente di evidenziare in modo chiaro le differenze di interpretazione su un brano di musica scritta qual’è la “Rapsodia in blu” ma al quale si può dare un taglio decisamente jazzistico.





© 2004 - 2010 enzorefice.it - Enzo Orefice - Tutti i diritti riservati
Finito di scrivere nella primavera del 2001
Pubblicato per la Casa Editrice DELTA 3, Grottaminarda (AV) nel gennaio 2002
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