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Enzo OREFICE 4et
the Old Standards
THE OLD STANDARD
è un progetto che va ad interpretare con arrangiamenti nuovi ed
originali brani di autori classici. Il progetto mira a calcare e
porre l’accento sull’aspetto “giocherellone” di Mozart, sulla
“serietà” di Beethoven, sulla “poesia” di Chopin, sulla
“perfezione” Bachiana, sul “modernismo” Brahmsiano.
Questo disco vuol essere un omaggio ad una musica infinita,
senza tempo, intramontabile…

E' un lavoro unico
nel suo genere, che si basa sulla totale rielaborazione di brani
appartenenti alla tradizione musicale colta. In questo progetto
l'intervento musicale, più che sull'arrangiamento o adattamento,
è di tipo compositivo. Partendo infatti da frammenti tematici e
strutture ritmico-armoniche vengono costruiti nuovi temi (con
evidenti riferimenti a quelli originali), nuove strutture e
sovrastrutture armoniche, specials ecc., si può definire jazz da
camera. Questa idea ha trovato già una sua prima realizzazione
teorica nel saggio letterario "tra musica colta e musica jazz",
oggi a distanza di tre anni il progetto prende corpo.
In questi mesi in collaborazione con Luciano CIARAMELLA (sax
tenore e soprano), Vittorio PEPE (basso elettrico), Ivo PARLATI
(batteria), brani come Per Elisa (L.V. Beethoven), Celebre
Serenata (F. Shubert), Studio Op. 10 N°3 (F. Chopin), Bolero (M.
Ravel), Allemanda dalla Suite Inglese in Sol Minore (J.S. Bach)
ecc. diventano “Old Standards”...
Il progetto, da programma musicale presentato con successo ai
concerti del gruppo di Enzo Orefice, diventa ora CD –
un’opportunità importante per ascoltare questi ottimi musicisti
che affrontano con successo un grande rischio nel presentare al
pubblico interpretazioni originali, nel contempo raffinate e
trascinanti.
Enzo OREFICE:
pianoforte ed arrangiamenti
Luciano CIARAMELLA: sax tenore
Vittorio PEPE: basso elettrico
Ivo PALRLATI: batteria
tracks:
1. Intro (rumori)
2. Celebre Serenata (F. Shubert)
3. Interludio basso (V. Pepe)
4. Per Elisa (L.W. Beethoven)
5. Sarabanda (J.S. Bach)
6. Interludio sax (L. Ciaramella)
7. Andante in Sol M (W.A. Mozart)
8. Studio Op. 10 n. 3 (F. Chopin)
9. Interludio batteria (I. Parlati)
10. Danza Ungherese (J. Brahms)
11. Allemanda in Sol m (J.S. Bach)
12. Postludio (E. Orefice)
recensioni CD
the old standards:
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recensioni in formato pdf

L'idea di rifare in chiave jazz brani classici non è nuova (Loussier).
Ma Orefice va oltre: prende il tema ma poi lo sviluppa a livello
compositivo. Così "Per Elisa" di Beethoven cambia anima.
Lorenzo
Viganò (Corriere della sera)
Ci sono alcuni
dischi che - per qualche motivo - entusiasmano; li si ascolta;
riascolta; restano per un pò nel CD-player; poi ci si deve
decidere a scrivere una recensione ed allora resta il dubbio se
si è un pò di parte quando ci si accinge a spiegare al lettore
cosa c'è di così interessante da meritare un ascolto ripetuto.
Ardua impresa, perché un disco piace ed a quel punto la cosa può
bastare. Di interessante c'è comunque tanto. Intanto l'idea di
scegliere composizioni di musica classica, poi di intepretarle e
riarrangiarle come se fossero state scritte ieri da qualcuno che
di solito lavora nel campo del jazz moderno, magari un pò
elettrico (grazie al basso elettrico di Vittorio Pepe). Il
progetto riesce e bene, specie nei brani più scontati, come “Per
Elisa” di Beethoven, con un'idea che sarebbe benissimo potuta
spuntare fuori da un Jerry Bergonzi. O il funky della “Danza
ungherese” di Johannes Brahms, insomma Enzo Orefice riesce a
fare rinascere i brani e le loro melodie facendo quel lavoro che
di solito si fa con gli standard, quelli famosi, in cui dal
tempo alle armonie tutto viene ridato in forme più attuali.
Il suo quartetto si dimostra all'altezza della situazione,
rivelando un insolito lato del jazz italiano. Oltre che per i
jazzofili se ne consiglia l'ascolto anche a chi di solito non si
stacca, per questi brani, dalle versioni dei grandi interpreti
di musica classica.
Vittorio Lo
Conte (All About Jazz)
Almeno apparentemente l’idea non è originale: si prende una
celebre composizione di musica classica e si reinterpreta in
chiave jazzistica. Uno dei primi a farlo con successo fu Jacques
Loussier nel 1959 con Bach; poi, con alterne fortune, ci hanno
provato in tanti, tra cui da ultimo Uri Caine con Schumann,
Mahler e Bach versante Goldberg Variations. Enzo Orefice,
pianista e autore degli arrangiamenti di questo disco, decide
invece di partire da un frammento tematico (“Per Elisa” di
Beethoven, “Andante in sol M” di W.A. Mozart, lo “Studio op.10 n.3”
di Chopin ad esempio) che poi sviluppa con improvvisazioni di
stampo prettamente jazzistico, trattando cioè i temi prescelti
alla stregua di veri e propri standard. Detto della bravura
tecnico-espressiva dei quattro interpreti - al leader si
aggiungono Luciano Ciaramella (sax tenore), Vittorio Pepe (basso
elettrico), Ivo Parlati (batteria) - non si può fare a meno di
notare che spesso il frammento prescelto è completamente avulso
dal resto dell’esecuzione, da cui lo separano atmosfere, ritmi e
almeno centocinquant’anni di storia (della musica e non).
Paradigmatico l’esempio della “Danza ungherese n°5” di Brahms
trasformata in un funky degno degli Steps Ahead, ma in cui l’intro
e il finale fanno rimpiangere una qualunque versione filologica.
Resta la piacevole impressione fornita dal gruppo, dotato di un
groove incalzante e trascinante, capace di improvvisare in
maniera sempre varia e interessante.
Danilo Di Termini (Disco Club)
Questo è un lavoro davvero piacevole e non solo perché non si
ferma ad un’efficacia “estetica” ma riesce a proporre
all’attenzione dell’ascoltatore una formazione molto
interessante ed una scelta di programma musicale fuori dai
canoni abituali e meritevole di considerazione. Enzo Orefice,
trentacinquenne pianista napoletano, deve avere fatto molta
gavetta, come tanti suoi colleghi: ha suonato in programmi
televisivi di ogni tipo, ha fatto di certo il “turnista” ed
altri lavori necessari nel mondo della musica. Ma sembra aver
poi raggiunto la soddisfazione di curarsi di cose più “colte”
come Festival Jazz, divulgazione della musica e progetti
personali. In questo The Old Standards suona (molto bene) con
altri tre musicisti che sono Luciano Ciaramella (dominante con
il suo sax), Vittorio Pepe (basso elettrico pulsante ed
incisivo) e Ivo Parlati (batteria e buona personalità). Se il
titolo può farci pensare istintivamente a classici del jazz
divaganti fra Ellington e Davis (che nemmeno sarebbe male…),
insospettabilmente si tratta di qualcosa ben più “Old”, tanto da
riportarci a grandi capolavori della musica classica e ad autori
come Shubert, Beethoven, Bach, Mozart, Chopin, Brahams e a loro
famosi brani. Misurarsi con questa musica potrebbe risultare
indigesto, infatti non sono in tantissimi ad averci provato in
passato (nel jazz come nel rock), ma in questo lavoro pur non
potendosi gridare al capolavoro (venderebbe ahimè comunque poche
copie, per quanto possiamo augurargli il contrario…) si resta
colpiti ed assorti nell’ascolto della musica che, a dispetto di
originals che più classici non si può, spinge spesso e
volentieri sull’acceleratore del ritmo, incalza e porta a segno
risultati di eccellenza, come ad esempio nell’energica versione
di Per Elisa da Beethoven (gli sarebbe piaciuta).
Sergio Spada
(Suono.it)
Il limpido e apollineo rintoccare, dalla sognante briosità che
affluisce e si estende ad hoc tra leggiadria e spigliatezza in
un crescente e ben modulato proiettare lungilucente ed
infittirsi in continuità dal morbido e stellante punteggiare
coerente, del pianista Enzo Orefice si dipana con nitida e
vincente levità nel CD di rivisitazione jazzistica di brani di
musica classica “The Old Standards”.
Con naturale e terso zampillare d’alea, Orefice intesse
brillanti promenades dal gradevole scorrere con freschezza e
chiarezza di costrutti per disinvolte pennellate ben trinate in
jazz tra feeling e atmosfera intrise di proprietà d’espressione
e dal ben orientato diramarsi di un luminoso e pastoso delineare
in scioltezza di soavi espansioni e di accattivanti
giustapposizioni dal cristallino e fluido librarsi tra efficacia
e savoir faire, al quale risponde Ciaramella al sax tenore con
il suo sempre più avvincente arroccarsi dalla verace e intensiva
pregnanza e dal processo e coriaceo discorrere in un icastico
irradiarsi con bruciante energia in vigorose volute
improvvisative dalla decisiva determinazione discorsiva e dalla
trascinante e affocata sagacia, che sale in primo piano e si
diffonde con mordente e carattere in un fervido schiudersi e
gemmare perentorio, sotto l’azione duttile ed elastico
sottendere propulsivo che ora solca con spumeggiante e robusta
verve, ora asseconda con tenue e frusciante stormire, di Pepe al
basso elettrico e di Parlati alla batteria, dal saldo e
versatile veleggiare, da cui si diparte al meglio l’armonioso e
impressivo cesellare in divenire, dalle venuste eufonie
sciorinate ora con bagliori di suggestivo pispinare, ora con
dinamico, gradevole innestare, di Orefice stesso.
Giordano
Selini (Jazz Convention)
Gli “Old Standards” in discussione sono composizioni tratte dal
repertorio classico europeo del Settecento e dell’Ottocento,
talmente celebri da poter essere paragonati a quello che “Night
and Day” o “All The Things You Are” significano per un
appassionato di jazz.
Come si fa a scegliere qualcosa che sia rappresentativo di una
cultura musicale nell’oceano di musica prodotta tra il XVIII e
il XIX secolo? Non si può che ricadere nei gusti personali e nel
vissuto dell’ideatore di questo progetto, Enzo Orefice, pianista
irpino con solide basi classiche ma un istinto che da sempre lo
ha portato a frequentare la musica afro-americana. Il repertorio
include “pilastri” imprescindibili come Bach, Mozart, Beethoven
e autori romantici altrettanto importanti come Schubert, Chopin,
Brahms. Come si può intuire si tratta di pezzi composti per
pianoforte o altrimenti armonizzabili alla tastiera.
Mosso oltretutto da propositi didattici, Orefice desidera
rendere appetibile il repertorio classico anche ai giovani ai
quali, a suo avviso, è stato finora “mal presentato”. Nelle note
di copertina lo stesso pianista ravvisa il pericolo che
l’esecuzione in chiave jazz di tale repertorio (operazione, in
verità, non particolarmente originale) si riduca a qualcosa di
forzato in cui tutto resta invariato (ritmo, armonia, melodia).
Partendo da questo assunto, Orefice riscrive (più che
riarrangiare) “Per Elisa” di Beethoven, la “Celebre Serenata” di
Schubert e la “Danza Ungherese” di Brahms, conservando il tema
originale che ne garantisce la riconoscibilità. In fondo non è
quello che fanno tutti i jazzisti quando interpretano uno
standard? Forse l’enfasi posta sul progetto è eccessiva: poco
male, perché il risultato è del buon jazz, piacevole anche se
non particolarmente innovativo e privo di grande tensione
emotiva, nel quale i musicisti esprimono concretamente ciascuno
il proprio orizzonte (anche attraverso interludi strumentali).
Roberto De
Virtis (Jazz Convenction)
Cos'è uno standard jazz? Un brano classico, tradizionale, che
entra nella storia e nelle scalette di ogni musicista. «Night
and day», oppure «Take the A'train» di Strayhorn suonata da Duke
Ellington, sono pezzi immortali e spunti straordinari per una
jam session. Ma classici sono anche i pezzi del repertorio
sinfonico e operistico, gli interludi, le sonate, da Bach a
Schubert a Beethoven. L'idea di mettere insieme i due concetti:
la traccia per l'improvvisazione e la memoria di un brano
classico, è alla base di Old standards, l'ultimo cd di Enzo
Orefice (edito dall'etichetta indipendente Silta records). E già
l'ironico titolo dice tutto dell'ispirazione dell'operazione. Il
pianista irpino, animatore di festival e rassegne musicali,
promotore culturale poliforme, questa volta si misura con una
decina di pezzi non esattamente facili. Accompagnato da Luciano
Ciaramella (sax tenore), Vittorio Pepe (basso elettrico) e Ivo
Parlati (batteria) mette in scena con il suo piano i pezzi
riarrangiati che ha evidentemente imparato a conoscere e
studiare a fondo nel corso dei suoi studi classici. Ne viene
fuori una rispettosa rielaborazione di cose come l'elegante e
rigorosa suite inglese in la minore di Bach, il divertito
andante in sol minore di Mozart o una versione di "Per Elisa" di
Beethoven dagli accenti metropolitani, fino al quasi funk della
danza ungherese di Brahms. Orefice non nuovo alle
sperimentazioni, ha realizzato negli anni scorsi altri progetti
di interesse come quello con la JP band, "Le note richiamano
versi", un cd che contaminava la poesia con la musica su testi
di Domenico Cipriano: anche allora, versi e coloriture jazz
diedero frutti eccellenti.
Gianni
Colucci (Il Mattino)
Quando ho ricevuto il nuovo lavoro del pianista campano Enzo
Orefice, sono stato ben lieto di scoprirne subito il suo
contenuto. Il suo garbato lessico pianistico e la personale
sensibilità negli arrangiamenti, già riscontrati in altre
occasioni, mi erano particolarmente piaciuti, ed allora ho
lasciato partire la prima traccia. Mi sono imbattuto in una
metaforica introduzione, in cui uno scrupoloso artista si
prepara alla lettura dello spartito, riponendolo con cura sul
leggio prima di dare il “LA”…
Quello che viene dopo, Celebre Serenata di F. Shubert, non è a
caso il biglietto da visita di un percorso che accompagna per
cinquanta minuti circa l’ascoltatore, attraverso una sequenza di
brani di chiara provenienza classica.
Musica dotta della cultura del Vecchio Continente (L.V.
Beethoven, J.S. Bach, W.A. Mozart, F. Chopin e J. Brahms)
rappresentano il filo conduttore di un lavoro, il cui i bagliori
“modern main strema” lasciano cogliere luminose o velate
eccezioni di alcune meravigliose pagine di una musica lontana
dalla nostra quotidianità.
Il quartetto, poggiando sul dualismo pianoforte – tenor sax,
crea un impatto corposo e dinamico: Luciano Ciaramella ed Enzo
Orefice formano un fronte sonoro ampio, che permette la
realizzazione di alcune connotazioni stilistiche vicine alla
scuola brecheriana.
La sezione ritmica, composta dal pirotecnico Vittorio Pepe al
basso elettrico ed il bravo batterista Ivo Parlati, appare un
tantino esuberante, forse non propriamente in linea con il verbo
proposta dall’artista Orefice nella sua opera che avrebbe
meritato un contrabbasso ed un drummin’ dalla visione unicamente
acustica.
Nonostante ciò il disco propone momenti d’assieme ben
architettati, nei quali traspare la forte inclinazione del
leader per la musica eterna che, anche nelle riletture meno
brillanti vale la pena riscoprire in chiave jazzistica.
Francesco Peluso (Fedeltà del suono)
“Vecchi” standard della musica classica investiti dal jazz.
Bel progetto jazz quello realizzato da Enzo Orefice. Fine
ricerca di melodie classiche appartenenti ad altre epoche e
complessa traduzione in chiave jazzistica.
Ho molto apprezzato questo lavoro di questo pianista e
compositore campano; Orefice non ha organizzato una “semplice”
cover o una messa in prosa di una poesia (chiamiamo poesia la
musica classica); lui ha smontato i pezzi creati da illustri
compositori dei secoli passati rimontandoli in un nuovo telaio
jazz. Un jazz sperimentale e fantasioso che guarda dentro la
struttura musicale originale senza tradirla; non mancano
comunque le conosciute impennate jazz che divertono chi suona e
chi ascolta.
Davvero bella l’interpretazione di “Celebre serenata” di
Schubert, chi ha avuto la fortuna di ascoltare l’originale
subito viene avvolto dall’armonia che arriva nell’ascoltare il
pezzo (s)corretto. Qui si intuisce che Orefice ha un’eccellente
base classica per cui può in un certo senso permettersi di
giocare ed elaborare queste sonorità che lui definisce "old
standards".
Ascoltando il primo pezzo ho voluto fermare il cd: la copertina
mi proponeva “Per Elisa” di Beethoven, ho provato a
canticchiarla ed ho immaginato la svolta jazzistica. Durante
l’ascolto sono stato travolto dal sax composto e tenace di
Luciano Ciaramella a sostenere la melodia e non solo e comunque
oltre la mia immaginazione.
All’”amico” Bach Orefice chiede un prestito importante:
“Sarabanda”. Costruzione lineare senza particolari colpi di
scena.
Le emozioni non finiscono. Ad aspettarci c’e’ anche “Danza
ungherese” di Brahms con l’ottimo basso di Vittorio Pepe.
Orefice da la possibilità ad ognuno dei suoi strumentisti (manca
da citare Ivo Parlati alla batteria) di presentarsi in un minuto
e gli stessi ci regalano delle vere chicche orgogliose.
Con questo cd ci si avvicina a due realtà apparentemente lontane
e ad Enzo Orefice il merito di avercele fatte conoscere
entrambe.
Flavio Bilato
(Diradio)
Questo disco, per il proprio contenuto, tocca una diatriba molte
e molte volte aperta, in diversi ambiti. Quali rapporti possono
esistere fra repertorio Classico e Jazz? La relazione fra i due
patrimoni si incrocia senza dubbio in più punti, non solamente
teorici, fin dai primi decenni di sviluppo del Jazz – basta
ripensare a Bix Beiderbecke ed alla sua passione per Ravel,
Debussy. Jarrett e Corea dal canto loro hanno insegnato molto
riguardo alle possibili tangenze fra i due elementi; si potrebbe
poi indagare lungamente i contatti del Free Jazz con il
repertorio contemporaneo. Certo non è questa la sede per
sviluppare un discorso esaustivo, ma la scelta di questo
quartetto richiama l'esigenza di raffrontare due veri e propri
continenti artistici.
Attraverso arditi arrangiamenti, Enzo Orefice rielabora alcuni
dei più famosi brani classici e li lavora proprio come si
farebbe con uno standard jazzistico, proponendo prima il tema e
poi costruendoci sopra i vari assoli. Intervallati fra questi
compaiono brevi "interludi", affidati prima al basso, poi al sax
e alla batteria. A chiudere il disco, invece, un "postludio" di
Orefice.
Il quartetto in sé è straordinariamente prolifico: le
personalità creative impongono la loro mano nell'approccio ai
brani, cosicché in ogni voce si avverte una decisa impronta che
rende inconfondibile il suono non solo personale, ma quello
generale del disco. Il grande pregio del sodalizio fra questi
musicisti si rispecchia prima di tutto nell'ottima coppia Pepe –
Parlati, che costituisce una sezione ritmica degna di lode e che
più volte sorprende durante l'ascolto. Assieme, basso e batteria
creano patterns molto belli, dinamici e variati, sia in stile
d'accompagnamento propriamente jazz, sia in momenti più
riservati dove danno il meglio di sé – e dove in particolare
Pepe sfodera un gusto per il groove assolutamente poderoso.
Nonostante le buone premesse però, il disco non è tuttavia
esente da "difetti".
Se considerato in senso lato, il lavoro di questo quartetto
appare "non esauriente". Principale motivo di questa sensazione
è forse proprio il tentativo evidentemente troppo diretto di
convertire il brano classico in uno jazz; anche se per fare
questo esso viene notevolmente riarrangiato. Anzi, proprio in
tale eclettica operazione di ricomposizione, a voler essere
onesti, va cercata la defiance di cui questo disco soffre: in
vari momenti si avvertono soluzioni che non si lasciano
apprezzare. Sarà forse dovuto ad una selezione comprensiva di
brani ormai (purtroppo) scontati, primo fra tutti "Per Elisa",
in cui compaiono anche la Sarabanda della "Suite Inglese in La
m" di Bach, o anche la "Danza Ungherese" di Brahms. E' un
peccato dover constatare questa pecca, soprattutto se si
considera ancora una volta la bontà delle voci presenti. Proprio
la "Danza Ungherese", ad esempio, raccoglie idee estremamente
interessanti e curiose, che la rendono una delle più piacevoli
tracce del disco; prepotente protagonista qui è proprio Pepe,
che dà il meglio della propria tecnica, ma purtroppo il senso
generale che traspare è ancora di mancanza di qualcosa.
Molto più riuscite invece sono "Andante in Sol m" e lo "Studio
Op. 10 n. 3"; qui l'arrangiamento è molto fine e riesce a
risultare non stucchevole, piacevole all'ascolto e adatto a
sostenere le voci soliste. Davvero belli i soli di Ciaramella e
Orefice proprio nello "Studio". Ancora una volta, il nostro
pianista dimostra grande capacità di fraseggio sui tempi lenti,
dove può appoggiare con calma e fluidità le note, creando frasi
distese ed emotivamente coinvolgenti.
A conti fatti quindi "The Old Standards" non entusiasma in modo
particolare, nonostante non sia affatto carente di momenti ben
riusciti.
Achille Zoni (Jazzitalia)
Le rifaciture di composizioni di musica classica in chiave jazz
non sono niente di nuovo, basti pensare ai famosi LP Decca di
Jacques Loussier degli anni `60 o ai suoi lavori piú recenti su
Telarc. Quello che il pianista Enzo Orefice presenta su Silta
Records, la coraggiosa casa discografica del contrabbassista
Giorgio Dini, si distacca dai molti tentativi del genere
rendendo reali, su temi di vecchia data e con un´altra base
ritmica, le modernità che i suoi colleghi applicano sugli
standards più famosi al fine di renderli originali.
Le nuove strutture armoniche, le riinvezioni ritmiche che
Orefice applica nei suoi arrangiamenti, danno ai brani di
Schubert, Bach, Chopin, una bella vitalità, e mostrano anche un
quartetto ferrato, che ha capito la lezione del jazz prima di
eseguire questo interessante progetto. Orefice ha idee in
quantità ed alcuni suoi arrangiamenti stupicono anche
l´ascoltatore più smaliziato. Con lui il sassofonista tenore e
soprano Luciano Ciaramella, Vittorio Pepe al basso elettrico e
Ivo Parlati alla batteria. Le loro esecuzioni si ascoltano
volentieri, di buona fattura, con idee che fanno la concorrenza
a chi suona solo mainstream e le rispettive composizioni.
Originali e lirici, i quattro dimostrano che è possibile legare
insieme swing e temi di autori classici senza perdere d´energia,
in una musica ricca di trovate e sottigliezze.
Cosimo Parisi
(Musicboom)
Quella di reinterpretare autori classici come Bach e Mozart in
chiave jazzistica non si può definire una grande innovazione,
soprattutto da quando Keith Jarrett ne ha fatto una bandiera
stilistica per farsi conoscere al grande pubblico. Un po’ meno
scontata Ë l’operazione di Enzo Orefice di adottare temi
“classici” come standard sui quali improvvisare, senza rimanere
fedeli alla pagina scritta.
Si sa, il jazz, almeno quello più_ conformista, maggiormente
legato agli stereotipi del be-bop (tema-improvvisazione-ripresa
del tema) ormai interessa soltanto chi lo pratica, chi ricerca
la raffinatezza nella singola improvvisazione, chi ama perdersi
nei “discorsi” improvvisativi, nelle educate trasgressioni a
regole da tempo superate. Da questo punto di vista, sembra che
non siano passati che pochi anni da quando una manciata di
anticonformisti che si chiamavano Charlie Parker, Dizzy
Gillespie, Thelonious Monk, nei lontani anni ’40 sconvolse il
jazz rovesciando completamente i principi di quella che, alla
fine degli anni ’30, stava diventando una musica
iper-conformista (la ballabilit‡ e la compostezza).
La storia del jazz, così come quella di molte altre musiche, ha
visto, nel corso degli anni, svilupparsi due correnti: una
radicale e progressista che, attraverso il fondamentale
passaggio del free jazz, ha liberato totalmente l’atto
improvvisativo; e un’altra più conservatrice, quella del
revival-bop, rimasta incastrata in un manierismo di “consumo”
che, rimanendo legato a stereotipi di gran lunga accettati dalla
società, si scrolla di dosso tutti i rischi e le difficoltà
della ricerca artistica e se ne sta comodamente relegata nel
confortevole cantuccio dell’intrattenimento. Nonostante le buone
intenzioni, il quartetto di Orefice non si scosta molto da
quest’ultima posizione, mantenendo immutate le regole del gioco
pur cambiando il colore delle pedine. Invece delle straclassiche
Blue Moon e What Is This Thing Called Love? il pianista campano
preferisce prendere a modello per gli assoli le Danze Ungheresi
di Brahms, gli Studi per pianoforte di Chopin, le Suite di Bach
e brani famosi, ormai popular, tratti dal repertorio
classico-romantico, come Per Elisa di Beethoven. Tra le cose
migliori risultano, invece, gli arrangiamenti della Sarabanda e
dell’Allemanda in Sol minore di J.S. Bach. Qui, il rispetto
delle costruzioni contrappuntistiche rende più affascinante
l’atto dell’improvvisazione e lascia più libertà alle strutture.
I quattro musicisti firmano soltanto dei brevi interludi
solistici che, incasellati tra i brani, completano un lavoro
discreto.
Daniele
Follero (SentireAscoltare)
Se vi dicessi
che gli "Old Standards" non sono quelli del songbook americano -
o del Real Book, come odiernamente è più facile dire - ma
addirittura brani tratti da composizioni di Shubert, Beethoven,
Bach, Mozart, Chopin e Brahms, cosa mi rispondereste?
Rimarreste sconcertati, di certo, ma invece non posso che
invitarvi calorosamente all'ascolto di questo disco, perchè il
progetto merita sicuramente un apprezzamento o una critica -
l'importante è che si parli, diceva Wilde.
Enzo Orefice è un pianista irpino, classe '72, che dapprima si
avvicina alla musica classica, poi perfeziona l'approccio al
jazz ed all'improvvisazione sotto la guida di maestri italiani e
non. Questo disco si può considerare il suo debutto
discografico, e la scelta non è niente male: suoi sono gli
arrangiamenti, sue le idee, ed il lavoro non è stato per niente
facile.
Intanto bisogna superare lo scoglio puristi, che di certo
storceranno il naso, e quando parlo di puristi non mi riferisco
solo a quelli della musica classica, ma anche a quelli del jazz.
Il progetto parte dal tema, scelto tra quelli più noti del
repertorio classico, per poi farlo diventare oggetto di
improvvisazione, via via modellandone il ritmo, e così spaziando
tra i generi, quelli più funky, o più blues, o più swing, o
anche liberando delle orgogliose ballads.
Il progetto si può considerare abbastanza elettrico per la
presenza di Vittorio Pepe, grande e virtuoso bassista dell'area
napoletana, per cui i sostenuti ritmi funkeggianti sono di
grande impatto, ed a tratti lasciano stupefatti. E così la
"Celebre Serenata" di Shubert diventa un blues allargato, "Per
Elisa" di Beethoven si trasforma in un irrefrenabile funky/fusion,
la "Sarabanda" e l "Allemanda in Sol M" di Bach e lo "Studio Op.10
n°3" di Chopin, tre accattivanti ballads, l'"Andante In Sol M"
di Mozart, uno swing anni trenta. Infine la "Danza Ungherese
n°5" di Brahms merita una menzione speciale. Introdotta dal
basso stile funky di Pepe, viene magnificamente esposta dal sax,
il quale poi si lascia andare ad un solo breckeriano, prima di
rientrare nel tema, e lasciare spazio al piano, e così sino alla
batteria, che in solo ci conduce sino alla nuova completa
esposizione della danza.
Qua e la piccoli interludi dei quattro musicisti.
La esposizione dei temi è sempre lasciata al sax tenore di
Luciano Ciaramella, giovane e talentuoso musicista beneventano,
che merita una menzione speciale, per come si è calato nella
parte, per il corposo suono, e l'ottimo controllo dello
strumento.
Alla batteria Ivo Parlati si adopera con grande sforzo ed ottimo
risultato, per un lavoro di gran pregio.
Giorgio
Coppola
Orefice rivitalizza un'idea di fondo non particolarmente
originale (la riproposizione jazzy di capolavori della musica
classica) battendo la strada della rielaborazione compositiva
per fornirci, come egli stesso dice, un nuovo punto di vista e
un modo per far avvicinare le nuove generazioni alla musica
classica. Ecco allora che dopo un intro che documenta il
montaggio degli strumenti, frammenti di Mozart, Bach, Beethoven
vengono modificati dal punto di vista armonico, e in misura
minore, melodico, non diversamente da come i jazzisti fanno
continuamente con le canzoni. Se da un lato l'integrazione degli
"old standards" all'interno di una prassi strumentale
sviluppatasi a grande distanza spaziale e temporale può
considerarsi riuscita (lo studio di Chopin diventa una
struggente e moderna ballad, la celebre serenata di
Shubert sembra un tema di modern jazz europeo), non sempre lo è
la resa emotiva e la coerenza strutturale, per cui l'uso di
obbligati, special e cambi di tempo diventa un esercizio
stilistico in cui il legame con lo spirito originale è
irrimediabilmente perduto. Resta l'esecuzione, pulita ed
energica, in cui vanno sottolineate la grande sensibilità e le
buone doti improvvosative dei musicisti.
Jazzit
Un nuovo album per Enzo Orefice, “The old standards”, una
piccola perla per gli amanti del jazz caldo che riconferma
l’ineguagliabile classe della tradizione e l’ispirazione
infinita di Mozart, Chopin, Brahms, riletti con sensibilità
contemporanea e fedeltà alla melodia. “Il mio tentativo –
spiega il pianista/compositore, anche arrangiatore dei brani – è
quello di omaggiare questi autori con una sorta di rivisitazione
compositiva. La melodia è intoccabile proprio per la sua estrema
forza, per la chiara riconducibilità al titolo del brano e
quindi all’autore, ma con nuovi spunti ritmico-armonici,
sonorità più moderne, elementi più vicini ai nostri giorni e più
adeguati alla musica jazz”. Orefice, dall’esecuzione agile e
brillante, di profonda sensibilità musicale, propone “Celebre
serenata” di F. Shubert, “Per Elisa” di L.V. Beethoven,
“Sarabanda”, dalla “Suite Inglese in La m” di J.S. Bach all’
“Andante in Sol M” di W.A. Mozart. E ancora perle, rilette con
sensibilità contemporanea: provate ad ascoltare la “Danza
Ungherese n.5” di J.Brahms, quasi uno spunto per volare con il
sax tenore verso nuovi approdi; o la versione di “Per Elisa”,
incantevole. Così come appassionanti sono gli interludi dei
musicisti che suonano con Orefice: Luciano Ciaramella al sax
tenore; Vittorio Pepe al basso elettrico; Ivo Parlati alla
batteria; il postludio di Orefice. Mai mero esecutore, l’artista
conferisce unicità ai suoi progetti, con quella libertà
compositiva figlia del grande jazz – non vi è presunzione nel
tentativo di aggiungere una nuova chiave di lettura ai classici,
ma solo infinita passione comunicata con vibrante nitidezza dei
suoni.. “The old standards” dimostra la sua versatilità, la
capacità di rimettersi sempre in discussione, l’infinita
creatività che scaturisce da un approccio jazzistico alla
musica. Massimo interplay per musicisti di livello, insieme per
un progetto raffinato, da anni accarezzato dall’autore. Da non
perdere.
Maresa
Galli (Napoli News)
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